Dev’essere stato Hegel a scrivere,
se non mi sbaglio, che la lettura mattutina dei quotidiani rappresenta
la forma di preghiera dell’uomo moderno. Una bella frase, anche
se il suo significato, a pensarci un po’ su, finisce con il risultare
più oscuro di quanto non fosse sembrato a prima vista, come succede, a
volte, con le citazioni famose. Personalmente, pur privo come sono
delle competenze filosofiche necessarie, suppongo che quel pensatore non
si riferisse soltanto alla ritualità dell’atto e alla sua collocazione
oraria, nel senso che i suoi contemporanei cominciassero la giornata sfogliando
le gazzette con la stessa regolarità con cui nel Medio Evo le si dava inizio
invocando il Signore (sarebbe stata un’osservazione, alla fin fine, banale),
ma che alludesse, in qualche modo, al contenuto ideologico delle due pratiche.
Dopo tutto, pregare, in una società orientata religiosamente, è un
modo per mettersi in contatto con l’universo, per riaffermare (o negare),
nel contesto sempre nuovo di ogni giorno che Dio manda in terra, i propri
valori di riferimento, che non è cosa dissimile – da un certo punto di
vista – da quanto si fa leggendo i giornali.
Di
quanto si fa, o, forse, si faceva. Oggi, a prescindere da quanto
sui giornali può capitare di leggere, è ovvio che non è da lì che desumiamo
gli elementi di cui abbiamo bisogno per riaggiustarci ideologicamente di
fronte al mutare degli eventi. Le informazioni sul nostro contesto
quotidiano ci arrivano, salvo eccezioni, sulle onde dell’etere televisivo
e nessuno, neanche il più idealista dei filosofi, potrebbe sostenere che
l’atto di chi guarda la televisione adombri una forma qualsiasi di preghiera.
È una pratica troppo manifestamente passiva, troppo destituita da
quel minimo di iniziativa e competenza personale senza cui non saremmo
in grado né di ripetere le parole del Padre nostro né di sfogliare le pagine
del “Corriere”. Di fronte alla televisione – si sa – ci troviamo
di solito in uno stato mentale il cui parallelo nella sfera della religione
si può cercare soltanto in certe manifestazioni estreme dell’annichilimento
mistico, con la differenza che il devoto, per arrivarci, deve fare una
certa fatica mentale che al teleutente viene normalmente risparmiata.
No. Se proprio vogliamo individuare una sequenza ripetuta di gesti,
un rituale giornaliero cui l’uomo dei nostri tempi possa affidare quella
ricerca di senso che un tempo si perseguiva con la preghiera, dobbiamo
cercare altrove. Per me, se volete il mio parere, la preghiera quotidiana
dell’uomo moderno va identificata, oggi, nella procedura con cui, acceso
il computer, ciascuno di noi scarica la propria posta elettronica. In
pochi altri momenti della giornata, ne converrete, riusciamo a comprimere
tante aspettative, tanta tensione, tanto timore di frustrazione e tanta
speranza di appagamento quanto in quella semplice serie di operazioni.
Quando l’apparecchio non si blocca in apertura, quando la linea
non è occupata, quando il programma non va in tilt, quando il server non
risponde con strani messaggi di errore, la musichetta che segna il disporsi
sullo schermo dei nuovi messaggi segna l’auspicio di una giornata, se
non necessariamente felice, almeno normale. Alla tua preghiera, lo
senti, è stata data, ancora una volta, risposta.
Il
guaio è che mentre le risposte divine bisogna, per forza di cose, limitarsi
a supporle, le e-mail che si ricevono ogni giorno si possono sempre aprire
e leggere. Ed è qui, naturalmente, che casca l’asino, perché se
è dai quei messaggi che va ricavata una visione del mondo, be’, si tratta
di un compito ben più difficile di quello cui potevano trovarsi davanti
i contemporanei di Hegel.
A
me, per esempio, a parte qualche raro messaggio degli amici, le circolari
della segreteria di Radio Popolare, le barzellette su Berlusconi, le catene
di San Antonio, li inviti alle presentazioni in un paio di librerie e pochi
materiali consimili, arrivano soprattutto dei virus. Dei messaggi
– cioè – intenzionalmente ingannevoli, concepiti allo scopo preciso di
danneggiarmi o, peggio, di far sì che sia io a danneggiare, inconsapevolmente,
gli altri. Voci di un mondo ostile, che ti ricordano perentoriamente
la necessità di erigere sempre e comunque delle barriere attorno a te,
anche se la loro presenza, nell’ambito elettronico come negli altri, non
può che complicarti la vita. E se non di virus si tratta, saranno
delle proposte sgradevoli, che rivelano in quale bassa considerazione i
mittenti tengano i destinatari. Perché ciascuno tende a farsi qualche
illusione su se stesso ed è spiacevole scoprire dalla posta che esiste
chi ti considera il principe degli allocchi, capace di rispondere con un
invio di danaro alle profferte di un ignoto imprenditore nigeriano che
ha deciso di renderti ricco da un momento all’altro, o ti pensa interessato
alla visione di scene rubate all’intimità altrui con la webcam, che immagino
siano l’equivalente dei filmini cochon di una volta, o all’acquisto,
senza ricetta, di grosse quantità di Viagra e di dosi industriali di tranquillanti.
In base a quali criteri, Dio santo, qualcuno ti avrà inserito nell’indirizzario
relativo? Ciascuno è libero di visionare ciò che vuole, naturalmente,
e chiunque può aver bisogno di cure e medicinali, per cui nelle offerte
in sé non c’è nulla di male, ma è ovvio che solo uno sciocco può credere
nella genuinità di certe offerte, o si approvvigionerebbe all’ingrosso
di quelle specialità senza prescrizione medica e l’idea che qualcuno che
neanche conosci possa avere motivo di considerarti tale può essere, me
lo concederete, un po’ fastidiosa.
Un
qualche conforto mi è giunto l’altro giorno dalla comunicazione di un
tale che si dichiarava disposto, in inglese, a farmi avere, senza frequenza
e senza esami, il titolo accademico che preferissi (B.A., M.A. e Ph. D)
presso un certo numero di prestigiose, sia pure non specificate, università.
Il testo si rivolgeva a chi, pur dotato di conoscenza ed esperienza
nel suo settore, soffrisse per la mancanza di adeguate qualifiche, e io,
quali che siano le mie competenze, di qualifiche, tra laurea, abilitazioni
e diplomi vari, ne ho anche troppe, per cui era evidente che quella offerta,
come – suppongo – le altre, era stata mandata a casaccio, che non c’era,
in essa, alcuna implicita valutazione di carattere personale. Ma
anche questa, a ben vedere, è una magra consolazione. Che certe proposte
ti giungano per puro caso è in sé una dimostrazione delle bassure in cui
siamo caduti. È evidente che esiste chi opera e prospera partendo
dall’ipotesi che il suo prossimo sia rappresentato, in gran parte, da
individui disturbati, creduli all’inverosimile e afflitti, al tempo stesso,
da impotenza, priapismo e l’assoluta incapacità di esercitare un minimo
di autocontrollo. Chi in questa immagine si ostina a non riconoscersi
non può che concludere di essere, in un modo o nell’altro, fuori dal mondo.
Da una preghiera mattutina tanto sofferta, si aveva il diritto, forse,
di aspettarsi qualcosa di meglio.
26.10.’03